Ora, io ritengo che il PIL non solo sottostimi i costi ambientali, ma soprattutto che esso conteggi fatti che non possono chiaramente essere ritenuti in alcun modo “benessere”. Già una volta avevo utilizzato il GPI (Genuine Progress Indicator) ma lo ripropongo più approfonditamente. Esso viene conteggiato sottraendo dal PIL alcune voci quali le spese mediche, le spese che seguono ad incidenti di vario tipo e le spese di ripristino ambientale (e altre che non ricordo). Ovvero tutte quelle spese che sono conseguenza di un precedente “malessere”. (Il PIL sarebbe perciò un indicatore di benessere + malessere). Quando diminuisce il rapporto GPI/PIL risulta che per finanziare lo stesso livello di benessere noi utilizziamo una quantità di risorse crescenti. Queste risorse sono sia risorse naturali (materia ed energia) sia ore di lavoro umano (libertà e lo stesso benessere).
Prendiamo ora il grafico qui sotto (L’asse x è il tempo).
Se la performance è il PIL possiamo dire di non essere ancora arrivati alla fase decrescente. Ma se la performance è il rapporto GPI/PIL e lo sforzo è l’insieme di ore di lavoro e di risorse naturali utilizzate (o meglio, del tasso di utilizzo delle risorse naturali), allora nella fase decrescente ci siamo già. Vorrei però far notare che, indipendentemente da cosa io creda e indipendentemente dal punto nel quale io inserisca oggi la nostra civiltà, questa è ad ogni modo la probabile evoluzione del sistema.
La mia proposta dipende dal fatto che non è tanto lo sforzo a determinare la performance (intendendo con essa il PIL), ma il contrario. Ovvero che per il mantenimento e la crescita della performance adeguiamo gli sforzi, senza tenerne in considerazione la produttività decrescente (il rapporto Performance / Efforts)
Seguendo quindi la linea rossa (che riassume la mia proposta, o le ragioni della mia proposta) dovremmo cercare di diminuire prima di tutto l’utilizzo di risorse naturali e di lavoro umano al fine di trovare il modo per far successivamente diventare lo sforzo maggiormente produttivo.
Questa iniziale diminuzione dello sforzo porterebbe, è vero, ad una diminuzione ancora più evidente della performance, ovvero ad una riduzione della torta. Ma non ad una diminuzione del rapporto Performance / Efforts.
Per questo motivo abbiamo bisogno di sganciare la percezione della performance dal livello del PIL.
Questo può essere fatto tramite:
1) una critica all’utilizzo del PIL come indicatore di benessere-performance;
2) di collegare il benessere al non-Efforts (tempo libero, preservazione del capitale naturale);
3) di scollegare la propria fetta di performance dalla propria fetta di efforts. (ovvero disincentivare gli efforts, ma soprattutto per chi ha i maggiori ritorni dai propri efforts) Quest’ultimo punto potrebbe sembrare una contraddizione. Puniamo infatti chi è più efficiente. Ma solo perché è la loro efficienza che genera l’inefficienza del resto del sistema.
Noi dovremmo quindi dire ai cinesi (ad esempio) che non devono seguire il nostro modello di sviluppo, non perché fa male all’ambiente, ma perché li porterà ad un basso livello Performance / Efforts. Il fatto che loro dicano: “Con quale faccia venite ora a dirci che non dobbiamo fare quello che avete fatto voi?” deriva anche dal fatto che “loro” sono i dirigenti del partito comunista ovvero – se uno ci pensa non sa se ridere o piangere – gli araldi del capitalismo, ovvero quelli che guadagnano (nel breve-medio termine) dalla desertificazione delle province del Nord, dalla migrazione dei contadini verso le città, ecc. ecc.
Ancora un punto: quando parlo di decidere della produzione non ho in mente stati-nazione o altre entità sovra-nazionali. Soprattutto perché non ho in mente un libero mercato mondiale. La riduzione degli efforts ridurrebbe di fatto la circolazione di merci e di materia (in primo luogo), di energia e di capitali (forse). E il tutto anche senza una regolamentazione diretta più o meno stalinista. Le decisioni democratiche sulla produzione sarebbero prese su scale via via più piccole. Il libero mercato sarebbe possibile solo nei limiti in cui non danneggi la bioregione.
Un tale sistema, mi dice Piotr, sarebbe inefficiente. E va bene. Nel breve termine lo è senz’altro. Però anche il sistema attuale punta dritto verso l’inefficienza. Nel medio-lungo termine.
Sono chiari i grafici?
Ciao
Osman
per i precedenti, trovate tutto qui
9 commenti:
Oz prima di iniziare adiscutere, mi chiarisci il secondo Grafico? cosa intendi esattamente per effort? le ore lavorate sono chiaramente diminuite in tutto il primo mondo con una leggera inversione nella fine degli Anni Novanta, quindi non mi è chiaro
a) se riguardi tutto il mondo
b) se la differenza si spieghi con l'uso di risorse naturali (come è misurato questo utilizzo?)
Sul primo grafico: includere le spese mediche mi sembra un trucchetto, la speranza di vita è aumentata in maniera impressionante, come si pu'o dire che le spese mediche curino solo problemi creati in `recedenza dal sistema stesso?
garzie
ciao
f
Gentile Blogger!
Scorrendo a casaccio alcuni blog, mi sono imbattuto nel tuo.
Davvero interessante, apprezzo il tuo lavoro.
Nella mia infinita ignoranza pure io scrivo in un diario-denuncia-generalista...non so nemmeno io definirlo.
Facci un salto.
Ciao
http://nonleggerlo.blogspot.com/
scrivero' un post piu' lungo in proposito, anche perche' vorrei documentarmi un minimo, ma davvero mi pare sospetto eliminare le spese mediche..un po' per quel che dice boglia, che ovviamente e' la ragione principale. un po' perche' negli usa (che hanno il 30% del gpd mondiale), le spese sanitarie rappresentano il 16% del gdp, e sono cresciute in modo MOSTRUOSO negli ultimi anni. (questo non e' dovuto al fatto che gli americani si curino meglio, ma ad un sistema molto inefficiente da molti punti di vista - e da fatti generazionali) Ma escludere significa escludere proprio una delle voci di spesa che piu' sono salite negli ultimi anni..
(e poi non mi dite che la gente si cura solo per malattie provocate dall'inquinamento, etc, perche' non mi sembra ragionevole).
cmq adesso mi studio questi dati, magari trovandone al lordo delle spese mediche, e commento...
Sì, scusate, ho guardato meglio pure io e ho notato che in effetti le spese mediche non vengono tutte tolte. Il GPI risulta essere ben più complesso di quanto possa sembrare dalle mie poche e superficiali righe di spiegazione. Maggiori informazioni si trovano sul sito di Redefining Progress: www.rprogress.org.
Per quanto riguarda il secondo grafico, forse non era chiaro, però le curve non derivano da dati, ma sono appena un modello. Si tratta della rappresentazione di un sistema tendente alla crescita che si scontra con l’ostacolo delle risorse limitate.
Io sto cercando di far combaciare quel grafico alla realtà, cercando i dati che potrebbero far disegnare quelle curve.
e ki kazzo e`questo signor nododecrescita :-)
ciao oz, ok allora mi prendo un po' di tempo e scrivo un post bello lungo
ciao
sulla Cina segnalo il NYtimes
http://www.nytimes.com/2008/05/06/world/asia/06china.html?pagewanted=1&_r=1&ref=world
Adam Smith ed i suoi seguaci hanno sbagliato l’unita’ di misura con cui misurare la ricchezza. Ancora oggi i governatori delle economie mondiali ed i banchieri centrali non sono in grado di governare l’economia, perche’ continuano a sbagliare l’unita’ di misura.
L’unita’ di misura dell’economia non sono le nazioni, ma le citta’.
Quando i nostri governanti capiranno questo concetto, potranno ricominciare a pensare a nuovi e piu’ efficienti modi per governare l’economia senza creare disastri. Partendo dalle citta’!
La teoria che le citta’ sono il fondamento dell’economia ha importanti conseguenze per capire la crescita economica. Le citta’ sono insediamenti dove nuovi lavori si aggiungono continuamente a vecchi lavori. Questa semplice osservazione viene spesso sottovalutata. Nelle citta’, nuove attivita’ nascono da attivita’ che gia’ esistevano. Non esiste una generazione spontanea di lavoro proveniente dal nulla. Infatti, “trapiantare” investimenti in zone improduttive, come sostengono i soloni del Fondo Monetario Internazionale, della Banca Mondiale e dell’Unione Europea, non porta a nessun risultato. Aggiungere nuovi lavori a lavori esistenti produce un circolo virtuoso, perche’ i lavori si moltiplicano e diversificano come i rami di una quercia. Maggiore diversificazione del lavoro porta a maggiore crescita di nuovo lavoro.
Il grande motore di crescita delle citta’ e’ il rimpazzo delle importazioni. Tale rimpiazzo delle importazioni non vuol dire bloccare le importazioni ed essere protezionisti, ma e' l'evolversi naturale di processi economici intrinscechi nelle citta'. Il rimpiazzo delle importazioni e’ semplicemente il processo secondo cui un bene che e’ stato comprato precedentemente al di fuori di una citta’, ora si produce all’interno della citta’.
Questo semplice processo ha molti effetti benefici. Allarga l’economia di una citta’ creando nuove divisioni del lavoro che va a produrre beni e servizi che prima venivano importati. Aumenta la dvirsita’ della citta’. Crea nuove industrie e nuovi prodotti. Libera il capitale che prima era impiegato per le importazioni di beni e rende tale capitale disponibile per la creazione di nuove imprese e posti di lavoro. Naturalmente, una parte residua del capitale viene usata per nuove importazioni; e mentre il mercato esterno di quel bene che e’ stato rimpiazzato decresce, il mercato generale dei beni aumenta.
Le importazioni svolgono un ruolo centrale. Sono la causa principale del processo di creazione della ricchezza che prende piede nelle citta’. Le importazioni rappresentano nuove fonti di beni e servizi che possono essere rimpiazzate dalle industrie all’interno delle citta’. Quindi sono al forza che genera la crescita. Quanto le citta’ usano i fondi delle esportazioni per importare beni e successivamente li rimpiazzano producendoli al loro interno, allora le citta’ crescono. Se le importazioni non sono rimpiazzate, le citta’ non crescono. Questo e’ il motivo per cui i piani di sviluppo orientati alle esportazioni hanno fallito miserevolmente.
Le esportazioni sono anch’esse un processo chiave. Ma non tutte le esportaizoni sono uguali. Cio’ che e’ importante per una citta’ e’ avere un elevato moltiplicatore di esportazioni. Il moltiplicatore di esportazioni descrive il numero di lavori rispetto alle esportazioni e ai consumi esterni di una citta’. Le citta’ inerti hanno un basso moltiplicatore, perche’ buona parte dei guadagni dalle esportazioni non va a comprare materie prime e materiali per fornire industrie e creare lavoro, ma vanno a comprare prodotti destinati al consumo finale.
www.janejacobs.wordpress.com
Posta un commento