giovedì 16 febbraio 2012

è su Marchionne...

... l'ultimo pezzo che ho scritto per Sbilanciamoci, lo trovate qui

martedì 17 gennaio 2012

SBTC

Ecco la mia ultima fatica, coautorata con Matteo Lucchese. Potete scaricarla liberamente dal sito di Luxembourg Income Studies, qui

BogliacinoLucchese

lunedì 9 gennaio 2012

Altro che Tobin Tax, un secondo della tua vita...

Visto che si torna a parlare di Tobin tax, uno spunto di discussione, da un paper di Haldane (Bank of England):

L'impatto dei cambiamenti tecnologici sui mercati ha ridotto drasticamente i tempi necessari per una transazione, che ormai si misurano in microsecondi; l'impatto più rilevante di questo fenomeno è che le proprietà "anomale" delle serie tendono a moltiplicarsi su frequenze brevi. Detto in parole semplici, i cigni neri diventano più frequenti, impattando sulla volatilà e quindi sul rischio. A questo si aggiunge che, non essendo possibile avere transazioni uomo-uomo a queste frequenze, ci si basa su algorimi, che sono altamente adattivi e quindi tendono a coordinarsi inducendo fluttuazioni enormi ed esacerbando il problema.

Come si ovvia a tutto ciò? Chiedendo a tutti gli operatori di mantenere le loro posizioni per un secondo. Un secondo. Quando lo sentii presentare a Pechino, ricordo che menzionò di aver fatto la proposta. La risposta delle City faceva impallidire le fantasie del Tea Party su Obama. Un secondo...

precari e protetti

Il mio ultimo pezzo per Sbilanciamoci: lo trovate qui
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Precari contro garantiti? Proviamo a fare un piccolo ragionamento di economia. Dell’articolo 18 si si sanno i termini del problema: vieta il licenziamento discriminatorio, a cui per il momento siamo ancora tutti contrari (ma aspettiamoci qualche mossa da parte di un “riformista” con la mania di apparire sui giornali, sotto il titolo leggermente abusato “Niente tabù”) e vieta quello senza motivazione economica oggettiva, cioè consente di licenziare per una riorganizzazione dell’attività, ma non perché qualcuno si offre semplicemente di lavorare a un salario più basso.

I giuslavoristi confermano che di cause in tribunale per articolo 18 praticamente non se ne fanno; ma questo può voler dire poco, visto che le imprese e i lavoratori lo scontano nelle loro decisioni. Quanti sono i lavoratori “garantiti” dall’articolo 18, che si applica alle imprese oltre i 15 addetti? Una stima ragionevole è intorno al 45% degli occupati nel settore privato (Eurostat ci dice che gli addetti di industria, costruzioni e servizi in aziende sopra i 10 dipendenti sono il 50.75% del totale nel 2008, anno pre-crisi).

Se i garantiti creassero i precari, si dovrebbe quantomeno riscontrare un “effetto soglia” nei dati empirici: le imprese “scapperebbero” sotto i 15 dipendenti. Ci sono gli studi di Boeri e Jimeno (pubblicato nel 2005 su European Economic Review) e un Tema di Discussione della Banca d’Italia di Schivardi e Torrini (il 504 del 2004). In entrambi i casi, l’effetto soglia, se esiste, è quantitativamente molto piccolo. Questo implica che rimuovere il vincolo avrebbe un effetto molto limitato: l’Italia è terra di piccole imprese; bello o brutto che sia, non sembra causato dall’esistenza dell’articolo 18. Se avete un cane di 100 chili che passa il giorno a dormire sul divano, non avrete grande effetto aprendogli la porta di casa.

Il punto analitico è un altro. Prendiamo sul serio i modelli neoclassici del mercato del lavoro e il punto di vista dei “riformatori”. Ragioniamo di tutele in generale; ipotizziamo un mercato del lavoro standard, con imprese e lavoratori che domandano e offrono lavoro. Tutti hanno accesso alla stessa informazione. Domanda e offerta si incrociano in un punto solo che è il salario di equilibrio. Se per qualche ragione (potere contrattuale o costi di licenziamento) per un gruppo di lavoratori il salario è al di sopra del livello di equilibrio, mentre per gli altri è liberamente contrattato (cocopro e affini) sono i primi a determinare la condizione dei secondi? Niente affatto, perché ciò che conta è la condizione “al margine”, dell’ultimo lavoratore che viene assunto. Per il lavoratore “al margine” i salari sono uguali al suo salario “di riserva”, cioè appena sufficienti a convincerlo a lavorare. L’offerta di lavoro dei lavoratori “al margine” non è determinata dalle condizioni del mercato dei garantiti, ma dal salario che sono disposti ad accettare. In situazione di dualismo ci saranno lavoratori con un salario più alto e altri con un salario più basso, a parità di caratteristiche individuali e di altri fattori. È ingiusto, ma irrilevante per il risultato aggregato in termini di occupazione e salario di equilibrio. Se rimuoviamo del tutto le tutele, tutti i lavoratori avranno lo stesso salario di equilibrio, uguale a quello dei lavoratori non garantiti, che non cambiano in nulla la loro situazione. Semplicemente, i vantaggi che prima avevano i lavoratori protetti ora li ottiene l’impresa che paga salari più bassi.

Cambierebbe qualcosa se eliminassimo i contratti precari? Sì, cambia, perché il lavoratore marginale diventa un protetto, i salari sono più alti e l’occupazione si riduce. O, se preferite, si crea lavoro nero, dove il lavoratore “al margine” è nelle condizioni del cocopro. Si ripristina un dualismo dove le condizioni di equilibrio sono sempre determinate dal lavoratore marginale, sia per quanto riguarda l’occupazione totale sia per quanto riguarda il salario. Se togliamo le tutele, tutti i lavoratori avranno il salario del lavoratore in nero, che è poi il salario del cocopro, e i soldi degli ex garantiti vanno alle imprese. Se abbassiamo un po’ le tutele ai garantiti e le alziamo un po’ ai non protetti, abbiamo un po’ di lavoratori che stanno peggio, un po’ di lavoratori che stanno meglio, un po’ di lavoratori disoccupati e un po’ di soldi alle imprese.

Senonché l’equilibrio si determina tra domanda e offerta di lavoro, e allora dipende anche dall’impresa marginale. In altri termini, dipende anche da quanto un lavoratore è produttivo. Se la curva di domanda si sposta perché le imprese hanno bisogno di più lavoro, i salari crescono, e pure l’occupazione. Che cosa può accrescere la produttività dell’impresa marginale? L’impresa investe per fare soldi, contano gli incentivi a inventare qualcosa; se gli si abbassa il costo del lavoro, si alzano automaticamente i margini di profitto e la spinta a innovare cade, e con questa la produttività. Le garanzie per il lavoro possono agire da stimolo alla produttività, se spingono le imprese verso nuove tecniche.

Alcuni sottolineano il ruolo del capitale umano specifico: bisogna dare incentivi ai lavoratori ad accumulare conoscenze specifiche che non possono usare al di fuori dell’azienda. Qui il modello è leggermente più complicato: il lavoratore deve accollarsi degli sforzi e vuole esserne premiato, ma il problema è che sa che una volta che si è sforzato l’impresa acquista potere contrattuale perché è l’unica “acquirente”. Allora bisogna ridurre il potere contrattuale dell’impresa o se volete dare più garanzie ai lavoratori precari. Si può fare senza ridurre le garanzie a quelli sul segmento protetto? Certo che sì.

Questo modello si può modificare con vari elementi più realistici – ma sempre rimanendo in un quadro neoclassico –, ma a quel punto non è nemmeno chiaro che l’aumento dei costi di licenziamento crei disoccupazione, quindi di nuovo non si capisce perché il protetto causi il precario. L’evidenza empirica su questo tema poi lascia pochi dubbi.

Quale che sia il modello di riferimento, non si riesce a capire come le cose possano cambiare con il contratto unico: al netto di usare un contratto solo invece di 46 (peraltro non necessariamente un male), se non si modificano le condizioni nella fase di precariato, gli effetti aggregati sono zero. Se si modificano le condizioni dei precari – nello schema di riferimento di chi propone le “riforme” – quello che si crea è un po’ di redistribuzione e un po’ di lavoro nero. Non esattamente uno slogan per far ripartire la crescita.

sabato 7 gennaio 2012

Cortina...

Poco prima di Natale ho visto uno speciale su Cortina da fare rabbrividire: sembrava un cinepanettone per la faccia tosta e la mancanza di gusto dei personaggi. Ciò che in effetti mi lasciò attonito fu che in assoluto l'unica persona che disse qualcosa di sensato fu Belén. With all the respect, non proprio un lucido editorialista...

La premessa serve a mettere le mani in avanti: a me quel modo di sfoggiare il lusso -in molti dei personaggi intervistati peraltro ereditato dai propri genitori facendo finta di fare i grandi imprenditori nell'azienda del papi- fa tremendamente ribrezzo. Sarà che mi ci sono dovuto confrontare giornalmente con esso, essendo albese (dove certi atteggiamenti pullulano), e ne sono fuggito disgustato.

Il punto è molto semplice: l'operazione Cortina serve. Non per reperire risorse, non per risanare il bilancio. Serve per fare capire che la festa deve finire. A volte bisogna rovesciare il tavolo, per far capire che si fa sul serio. Per lo stesso identico motivo serve dare qualche schiaffone alla Casta, benché non sia certo riducendo gli stipendi dei fenomeni che manteniamo a Roma che risaniamo il bilancio. Devo andare avanti? Serve colpire qualche gruppo di interesse, per fare capire a tutti che non si può sempre bloccare tutto per i propri privati interessi. Serve prendere provvedimenti contro la più banali sciocchezze del leghista di turno, per fare capire che non siamo in un BAR e se sdoganiamo tutto allora succedono cose vergognose come a Torino e Firenze.

Chiudo con l'evasione fiscale. Possiamo dirlo una volta per tutte? L'evasione fiscale è reato, e va punita in quanto tale. Il resto sono sciocchezze: se si crea una fattispecie di reato va punita. Se il legislatore ritiene che quello non sia un reato allora lo dica nel modo in cui il legislatore deve parlare: cambi la legge. Fino ad allora, reato rimane e va perseguita, con tutti gli strumenti di indagine che sono disponibili.

Cosa si deve fare con i proventi da evasione fiscale? Questa è una domanda altrettanto semplice: abbassare centesimo per centesimo la pressione fiscale a chi finora ha pagato le tasse. Solo quello garantirebbe davvero l'affermazione da cui siamo partiti: la festa deve finire!

venerdì 16 dicembre 2011

Ripensamenti

Poche economisti mi generano una stima quasi calcistica come E. Piketty. Nato come economista teorico, si è da alcuni anni lanciato in un opera meritoria di raccolta dati sulla distribuzione del reddito. Per chi volesse, sono liberamente disponibili a questo url.

In questo paper argomenta a favore di un ripensamento radicale delle politiche di tassazione sui top income: mi semrba particolarmente importante il fatto che ribadisca una volta per tutte che la globalizzazione non c'entra, che la balla che i CEO sono pagati alla marginal productivity quella è (una balla) e che anche tenendo in conto gli effetti offerta, le aliquote sono comunque troppo basse. Per Nerd, questo è il paper.

martedì 13 dicembre 2011

Welcome to the Jungle

Un pogrom -oramai uno all'anno, destra e sinistra al governo non contano- il tiro all'immigrato e adesso attendiamo con ansia un paio di dichiarazioni incendiarie dei leghisti di turno, prima di chiudere l'ennesima settimana di disastro sociale. L'Italia comincia a essere davvero un pessimo luogo.